Urbanistica e PSC a 5 stelle

Urbanistica, architettura e comunità. Una risorsa da non sprecare.

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Il compito dell’urbanistica è quello di esaminare ed influenzare la politica urbana per migliorare:

la mobilità, gli alloggi, l’accessibilità, la giustizia sociale ed ambientale, le opportunità economiche e la qualità della vita.

La recente approvazione del Piano Strutturale Comunale (PSC) appare più come la fuga da uno “tsunami” che non un percorso coerente e utile alla città di Rimini. L’approssimarsi delle elezioni per la nomina del nuovo Sindaco e lo scadere del periodo di salvaguardia a distanza di cinque anni dall’adozione, hanno costretto la giunta a compiere un atto amministrativo in ritardo di quattro anni, per evitare di essere commissariati.

Questo PSC nasce vecchio, e presenta le solite caratteristiche, nessuna reale concertazione, modalità già viste e pochi se non nulli principi e criteri per consentire un equità di valutazione dei progetti futuri e favorire uno sviluppo sostenibile dell’ambiente.

La crescita invece è sempre presente, crescita di diseguaglianze, crescita di aree monofunzionali, crescita di consumo di territorio. Il dimensionamento del piano prevede consumo di suolo per 174 ettari, unmilionesettecentoquarantamila metri quadrati. Praticamente 800 mq al giorno per i 1825 giorni del prossimo mandato, un bel risultato non c’è che dire! Oppure 317mq al giorno per i prossimi 15 anni.

Di questi 174 ettari ben 86 riguarderanno territorio non urbanizzato. Quindi nuovo consumo di suolo. Ottocentosessantamila metri quadrati di territorio attualmente non cementificato che lo diventerà nei prossimi anni.

Principi che vogliamo siano rispettati

1) Assicurare uno sviluppo economico, per essere risorsa per tutto il territorio, e permettere uno sviluppo attivo, consapevole, da parte della popolazione.

2) Assicurare l’inclusione sociale e rispetto delle identità locali.

3) Assicurare la sostenibilità ambientale.

La sostenibilità è un concetto ampiamente utilizzato, fondata su Economia, Ambiente e Società. Nessuno dei tre aspetti ha un ruolo predominante, perché sono traguardi ugualmente importanti e hanno la stessa importanza nel progetto.

Come si può definire soddisfacente e sostenibile uno strumento che prevede interventi a macchia di leopardo, dimenticando aree della città con grandi e gravi problemi? Questo non è equo.

La sostenibilità è raggiunta solo e solo se l’ambito sociale e quello ambientale sono “vivibili”, l’ambito economico e quello ambientale sono “realizzabili” e se l’ambito sociale e quello economico sono “equi”. La sostenibilità è realizzata solo quando equità, vivibilità e realizzabilità sono presenti. Anche solo in mancanza di uno di questi requisiti non è possibile parlare di sostenibilità.

I tumori vanno estirpati, lo insegna la medicina. Le città sono sistemi gerarchici, e vanno intese come organismi, le cui parti si sostengono e alimentano mutualmente. Ciò che non funziona, va sostituito: abbattere e ricostruire.

Non esiste un vero progetto per la comunità e per aumentare e favorire il senso di appartenenza, la solidarietà ed opportunità economiche e giustizia sociale ed ambientale.

L’indifferenza, l’egoismo, l’aridità venale e culturale sia degli amministratori che di molti cittadini sono un freno ad uno sviluppo sostenibile.

Quello che avremmo voluto vedere nel PSC: pochi, chiari principi e pochi, chiari criteri.

Quattro per la sostenibilità del luogo:

– autosufficienza;

– accessibilità;

– dotazione di servizi;

– sicurezza.

L’autosufficienza per garantire la vita ai suoi abitanti. La possibilità di produrre il cibo nel territorio per favorire lo sviluppo di un’economia circolare.

L’accessibilità per consentire a tutti di muoversi agevolmente superando problemi fisici, psichici e di ceto sociale.

La dotazione di tutti i servizi per la vita quotidiana in tutti i quartieri, per favorire lo spostamento pedonale, la riduzione di emissioni e ridurre lo spreco di tempo e denaro dovuto a spostamenti per carenze sul territorio.

La Sicurezza per favorire una vita tranquilla e serena ai suoi abitanti, e garantire il controllo sociale spontaneo con la realizzazione di quartieri di uso misto per evitare l’effetto città fantasma delle zone monofunzionali.

Quattro per la sostenibilità delle costruzioni che devono essere:

– gradevoli;

– durature;

– flessibili;

– frugali.

Gradevoli per creare affezione agli utenti (un edificio brutto non lo fa) e creare il senso di appartenenza, orgoglio e responsabilità alla comunità.

Durature perché in questo modo non si consuma ulteriore materiale ed energia per abbatterla e ricostruirla, ma dà lavoro alle maestranze per la manutenzione e non si spreca altro suolo ed energia per sostituirle.

Flessibili perché può facilmente cambiare la sua funzione ed adeguarsi alle richieste dei tempi.

Frugali perché chi la vive possa utilizzarla senza intaccare le sue risorse e quelle pubbliche siano economiche per non sprecare risorse della comunità..

Tale strategia è volta ad affrontare la predominanza di un approccio tecnico che, è un dato di fatto, rappresenta uno dei maggiori problemi di pianificazione territoriale negli ultimi 50 anni.

È pertanto necessario superare l’approccio solo tecnico, altrimenti le città contribuiranno drammaticamente nel peggioramento della vita delle persone, come si può osservare nella «crescita» involutiva avvenuta negli ultimi 60 anni.

L’approccio proposto dovrebbe essere quello di operare con microazioni utili a raggiungere la strategia proposta per la città, per costituire un buon esempio replicabile ed espanderlo alle realtà.

Ma in presenza di una proposta condivisa e partecipata.

Ogni luogo è unico per morfologia, clima, storia, etc.. e richiede una soluzione specifica, unica. Le norme rigide e basate su indici e standard penalizzano uno sviluppo sostenibile. La consuetudine millenaria di esempi ben riusciti, le proporzioni tra costruito e strade, l’utilizzo di una gerarchia nelle tipologie delle costruzioni definisce con chiarezza le differenze tra residenze, edifici pubblici, religiosi, produttivi e commerciali, favorisce lo sviluppo di aree pedonali che ogni quartiere dovrebbe avere.

L’imposizione di un linguaggio unico, e quindi spersonalizzante, di forme, proporzioni basate su ipotetici modelli matematici e indici privi di verifiche, sono lontani dalle reali esigenze umane,. Questo ha fatto sì che le città del XX secolo e le singole architetture, abbiano perduto ogni possibile relazione con l’uomo, cercando di celebrare, in maniera sempre più astrusa, la presunta civiltà tecnologica, l’ego degli amministratori, dei progettisti e delle fasce economiche più abbienti.

Nessuno mai si pone il problema della bellezza. Un brutto libro si può chiudere, una brutta musica spegnere, ma un brutto edificio, una brutta strada, un brutto trasporto pubblico (ogni riferimento al TRC è puramente casuale) o una brutta spiaggia, quando ci svegliamo ogni mattina le vediamo e le subiamo senza poter far nulla per evitarle.

Il genius loci è l’insieme delle caratteristiche socio-culturali, architettoniche, di linguaggio, di abitudini che caratterizzano un luogo, un ambiente, una città. Un termine quindi trasversale, che riguarda le caratteristiche proprie di un ambiente interlacciate con l’uomo e le abitudini con cui vive questo ambiente. Suole indicare il “carattere” di un luogo. Rinunciarvi significa demolire il senso di appartenenza alla comunità. Non rispettare la morfologia dei luoghi e le caratteristiche climatiche in nome di una tecnologia in grado di risolvere tutte le criticità è presuntuoso e inutile.

Uccidere o anche solo snobbare il “GENIUS LOCI”, modificarlo e snaturarlo, anziché esaltarlo in nome di una presunta cultura contemporanea, è insensato. L’unicità del luogo, è data dal suo aspetto naturale, dal clima, dalla storia, dalla cultura e da consuetudini millenarie esercitate dall’abitudine e depositate nel nostro DNA. Questi aspetti vanno rispettati, è necessario inserirsi con delicatezza e conoscenza sul territorio per arricchire i “luoghi”. Le bellezze storiche, la città storica sono sacre, sono passate quasi indenne all’ignoranza ed alla furia più dell’uomo che del tempo (vd. Ponte Tiberio, Tempio Malatestiano, Rocca ed impianto urbano risalente all’accampamento romano), devono essere osservate perché se dopo 2000 anni la loro importanza primaria è ancora riconosciuta, significa che alla comunità sono state propizie.

Proporzioni, distribuzione e funzioni sono ancora attuali bisogna cercare di ricrearle anche laddove mancano. All’interno dei quartieri dovrebbero esserci tutte le funzioni necessarie alla vita quotidiana, la presenza di tutti i ceti sociali e luoghi aperti o chiusi, come strade, piazze ed edifici pubblici per favorire la creazione di un senso di appartenenza e comunità RIMINESE. Ogni strumento di pianificazione redatto ed approvato, invece, persegue la strada della celebrazione e della perfezione rispetto alla città passata. Intanto se a Rimini dal 186 a.c. l’unico luogo vero di ritrovo in cui vivere un senso di appartenenza è il centro storico, nelle sue piazze e nelle sue strade, un motivo ci sarà pure.

Scarsa conoscenza, arroganza ed avidità (di denaro o consenso) non sono sicuramente tre validi criteri per incentivare lo sviluppo, non crescita, sviluppo di un sistema urbano sostenibile.

Non si può accettare che una città, cresciuta su sé stessa per duemila anni nel rispetto del delicato rapporto città-campagna, nonché l’esigenza di avere tutto a portata di mano, si sia dovuta ripensare e modificare in nome della zonizzazione: aver separato le funzioni, aver aumentato le distanze, aver ragionato per griglie urbane e regole assolute, aver dimensionato il tutto su degli standard numerici piuttosto che sulle dimensioni a scala umana, ha portato le città a raggiungere dimensioni, costi e mancanza di sicurezza che mai in passato si erano raggiunti.

Punti che vogliamo promuovere e che fatichiamo ad individuare all’interno di questo PSC.

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1) I confini tra nucleo urbano e campagna devono essere chiaramente delineati e mantenuti.

2) Le aree di sviluppo urbano devono rispettare il terreno in cui sorgono, quindi non essere invadenti e adattarsi al paesaggio che le circonda.

3) La scala è importante e gli edifici si dovrebbero rapportare all’uomo, così come alle costruzioni e agli altri elementi che si trovano nel suo intorno.

4) Armonia delle parti. La ricchezza deriva dalla diversità, come dimostra la natura, ma ci deve essere coerenza e ogni edificio deve essere in sintonia con i suoi vicini, non essere uguale a loro.

5) Il nucleo urbano composto di quartieri deve comprendere tutte le funzioni necessarie alla vita di una comunità nella sua completezza.

6) Il quartiere urbano, comprensivo di tutti i suoi elementi (residenze, spazi commerciali, luoghi per il lavoro, spazi ed edifici civici e per il culto) deve poter essere attraversato a piedi in dieci minuti.

7) Entro limiti proporzionati al suo carattere storico, il nucleo deve crescere per densificazione senza consumare territorio circostante, risparmiando quindi in spese infrastrutturali.

8) Le tipologie urbanistiche e architettoniche devono essere adeguate alla relativa area geografica e culturale. Ispirandosi, nella loro forma e nei materiali, a modelli presenti localmente da lungo tempo, permettono di risparmiare costi e consumi, sia nella realizzazione sia nell’utilizzo. Inoltre, queste tipologie, formano ambienti piacevoli ed esaltano la bellezza circostante.

9) Gli edifici vanno collocati sul fronte stradale, lasciando spazio a cortili privati, rafforzando la percezione della vita condivisa della comunità.

10) La creazione di spazi delimitati racchiusi da edifici è preferibile rispetto ai gruppi di case, soprattutto perché incoraggia gli spostamenti a piedi e fa sentire le persone più sicure.

11) I materiali sono importanti. Oggi utilizziamo troppo materiali standard, come cemento, alluminio, vetro e acciaio, slegati dal carattere dei luoghi in cui costruiamo.

12) Flessibilità: la rigida pianificazione generata dall’ingegneria del traffico tenderebbe a rendere inutili tutti i principi enunciati sopra, ma è possibile adottare schemi più flessibili.

E non la sterile applicazione di norme specie se non aiutano a raggiungere gli obbiettivi

Le carenze di questo PSC

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– Distinguere beni e merci, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.

– Realizzare delle trasformazioni in tempi ragionevoli e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.

– Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica attraverso l’informazione, la partecipazione e l’azionariato diffuso popolare).

– Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario. In tutta la storia dell’umanità le città sono sono costituite da comunità e le di piste di decollo e di atterraggio, si trovano negli aeroporti.

– La mancanza di un linguaggio comprensibile e di regole grammaticali, insieme alla logica (fallita) della città funzionale e zonizzata, anziché della città storica multifunzionale ha portato allo sfacelo del territorio, ed al passaggio dalla città a dimensione d’uomo a quella a dimensione d’automobile.

Abbiamo compromesso molti dei nostri centri storici, tra le più grandi risorse turistiche nel mondo, inquinato l’ambiente e causato un’infinità di patologie.

E per finire nell’ultimo lustro non vi sono state aziende od investitori che si siano strappate le vesti od abbiano intrapreso competizioni anche solo blande per investire sul territorio comunale, non sarà un segnale significativo?

Quando parliamo di urbanistica come già detto si include la possibilità di fare politiche per dare opportunità di sviluppo del territorio ed avere oltre che investimenti, nuova occupazione e quindi nuovi redditi. La banda larga ad esempio in un territorio a così forte vocazione turistica è una priorità, accedere a servizi a banda larga e ultra larga è, infatti, essenziale per lo sviluppo e la competitività di un moderno sistema economico, basato sulla conoscenza e sullo scambio veloce ed efficiente di dati ed informazioni. Una ‘opportunità potrebbe essere Infratel, società in-house del ministero dello sviluppo economico, ma… più importanti indici e cambi di destinazione e “bande allargate” anziché bande larghe. E così gli investimenti sul futuro mancano, ed insieme a loro mancano investitori e lavoro ed occupazione.

Ridurre il digital divide nelle aree a fallimento di mercato, attraverso la realizzazione e l’integrazione di infrastrutture capaci di estendere le opportunità di accesso a internet veloce, è una priorità non perseguita ne nei piani di pianificazione ne nella ricerca di risorse, nonostante una delibera sulle risorse open source del 2012 per un’apertura verso il futuro mai attuata.

L’attenzione ai volumi ed alle possibilità di nuove costruzioni tecnocratiche svia lo sguardo dalla maggiore necessità odierna, creare servizi e situazioni per la ri-costruzione di una comunità, al suo benessere ed alla sua pacifica convivenza.

Citando George Orwell:

““Riuscire a vedere ciò che è davanti ai propri occhi richiede sempre uno sforzo enorme”.

MoVimento 5 Stelle Rimini

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